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Una carriera subito brillante, lo Stade de Reims vince il Campionato nel 1953 e nel 1955.
Nel 1953 vince anche la "Coppa Latina", una sorta di antenata della Coppa dei Campioni, battendo in finale addirittura il Milan di Gren, Nordhal e Liedolm, il "Gre-No-Li", per 3-0.
Il Reims di Batteux è una squadra entusiasmante, il suo modo di giocare ha pochi paragoni nel calcio dell'epoca e "le foot à la remoise" diventa una griffe così come la caratteristica di "costruirsi la squadra in casa".
La prima grande scoperta di Batteux è un giovane di origine polacca, figlio di minatori, destinato egli stesso alla miniera.
Si chiama Raymond, ma il suo cognome, quasi impronunciabile, non promette niente di buono : Kopazsewski.
Batteux lo scopre, lo lancia in prima squadra inventandogli addirittura un ruolo, quello di centravanti "alla francese", una sorta di tuttofare dell'attacco, e il ragazzo diventa un idolo, diventa, come d'incanto, "Kopà", colui che verrà definito "il Napoleone del calcio francese" trent'anni prima di Platini.
La stampa specializzata, in onore del prodotto più famoso di Reims, parla del "calcio champagne" ed Albert Batteux, diventato un personaggio ancora prima dei quarant'anni, viene imposto a furor di popolo come Commissario Tecnico della nazionale francese.
I calciatori del Reims diventano presto famosi anche oltre i confini : il Reims sfiora, con Kopa al centro dell'attacco e con una squadra che gioca a memoria, il trionfo nella prima edizione della Coppa dei Campioni: nella finale di Parigi il Real Madrid di Di Stefano supera i francesi solo per 4-3.
Con Batteux alla guida, anche la Nazionale sbalordisce: ai Mondiali di Svezia, nel 1958, "les coqs" sbalordiscono : li ferma solo il Brasile di Didì, Vavà, Pelè e Garrincha in semifinale -"e giocammo per buona parte della gara in dieci" -ha sempre sottolineato Monsieur Albert.
La Francia travolge però la Germania campione del mondo uscente nella finale di consolazione, 6-3 il risultato finale e conquista il terzo posto che resterà , per quarant'anni, il miglior risultato del calcio francese: nella squadra francese vi sono otto giocatori del Reims.
In Svezia, accanto a Kopa, passato al Real Madrid, brilla Just Fontaine, un'altra scoperta di Batteux, un attaccante che andrà a segno per 13 volte nella fase finale stabilendo un record probabilmente insuperabile.
Quel 1958 è senz'altro l'anno d'oro di Albert Batteux; oltre al terzo posto ai Mondiali, col Reims arriva anche il primo "doublè" Coppa-Campionato che l'anno dopo sfiderà, a Stoccarda, il Real Madrid nella finale di Coppa Campioni.
Il fenomeno Batteux non ha radici solo nella spensieratezza e nell'audacia, che secondo alcuni sfiora l'incoscienza, con la quale sembra mettere in campo le sue squadre imbottite di attaccanti, come la Nazionale del 1958 che schierava tutti assieme Kopa, Wisniewki, Fontaine, Piantoni e Vincent, cinque attaccanti di ruolo !
Albert Batteux cura soprattutto la tecnica e inventa i "seminaires", in pratica dieci giorni di preparazione atletica prima dell'inizio della stagione, durissimi, nei quali prepara anche psicologicamente i calciatori.
Adesso la cosa fa sorridere, ma all'epoca non esisteva niente del genere e l'inventò Albert Batteux, ancora prima di Herrera cui sono state sempre attribuite queste innovazioni.
Frattanto Kopa, che a Madrid è "chiuso" da Di Stefano, torna a casa e con lui lo Stade Reims passa di vittoria in vittoria, nel 1960 e nel 1962 conquista altri due titoli, poi cede lo scettro di squadra guida del calcio francese.
Il calcio sta cambiando rapidamente, c'è sempre meno posto per l'improvvisazione nelle gestioni societarie, per l'ingenua passione, lo Stade Reims entra in crisi, non sa adattarsi alla nuova realtà.
Batteux lo capisce e lascia la società nel 1963, dopo tredici anni di successi che molti considerano irripetibili.
Poco dopo lascia anche la nazionale, si ritira a Grenoble..
Aver lasciato "l'Equipe de France" gli pesa molto.
L'Europeo del 1960, giocato in casa è stato perso malamente, la sua squadra era favorita assieme all'Unione Sovietica per la vittoria finale, ma viene beffata dalla fortissima Jugoslavia in semifinale.
A meno di venti minuti dalla fine, "les bleus" sembrano dominare il campo e conducono per 4-1, ma la "joie du football" e soprattutto la terribile serata del portiere Abbes, condannano la Francia ad una delle più terribili sconfitte che si ricordino: gli slavi segnano quattro volte e ribaltano il punteggio fra l'incredulità generale.
Ancora peggio vanno le cose ai Mondiali: la Francia, favoritissima nel suo girone di qualificazione, viene eliminata allo spareggio dalla sconosciuta Bulgaria.
Su "Monsieur Albert" piove qualche critica di troppo e lui se ne va.
Accetta di allenare il Grenoble, la squadra della cittadina dove si è ritirato, una squadra di secondo piano, ma è solo una pausa.
Roger Rocher, ambizioso dirigente del Saint Etienne, forza emergente del calcio francese, lo chiama nel 1967 per sostituire l'allenatore col quale la squadra ha appena vinto il campionato : Jean Snella, che era stato il suovice ai Mondiali del 1958.
A Saint Etienne, Batteux, torna a trionfare: conquista subito il suo secondo "doublé" nel 1968, poi vince ancora il campionato nel 1969 e poi ancora campionato e coppa nel 1970.
Quando arriva Monsieur Albert, la squadra del Saint Etienne è già bene organizzata.
I suoi calciatori migliori sono i centrocampisti Jacquet ed Herbin e il difensore centrale Bosquier, ma soprattutto sono fondamentali i tre attaccanti: l'anziano Mekloufi, Bereta ed il promettente Hervè Revelli.
Con tanti campioni non sembra l'ambiente ideale per uno scopritore di talenti come lui, ma anche a Saint Etienne la sua fama si conferma in pieno: con lui arriva in prima squadra Larquè e si affermano molti altri giovani del vivaio.
Il colpo grosso di Batteux, il nuovo Kopà, è tuttavia un giovane calciatore del Mali, Salif Keita, che viene acquistato "al buio" ed arriva a Saint Etienne in…taxi direttamente dall'aeroporto parigino di Orly !
Ma "il predicatore" è anche, se non soprattutto, un uomo che capisce il suo tempo e sa che quelli sono anni nei quali il calcio sta trasformandosi, diventando soprattutto un fenomeno televisivo e lui è deciso a sfruttare al massimo la situazione.
L'occasione gli si presenta nell'ottobre del 1969.
Il Saint Etienne è stato sorteggiato nella Coppa Campioni contro il Bayern Monaco, potenza emergente del calcio europeo.
Le finali conquistate con lo Stade Reims sono vecchie di dieci anni, il calcio è molto cambiato e all'andata a Monaco il Saint Etienne viene nettamente sconfitto per 2-0 ed il portiere Carnus, parlandone proprio in occasione della morte del suo maestro Batteux, ha ricordato che "i gol tedeschi avrebbero potuto essere cinque o sei" .
Sembra finita, ma Batteux in questa occasione compie il suo capolavoro.
Decide di non lasciare nulla di intentato: convince il presidente Rocher ad affittare un casale di campagna dove porta la squadra in ritiro per isolarla completamente nell'imminenza della gara, sfrutta ogni possibilità per "caricarla" senza creare tensioni, studia perfettamente la partita sia tatticamente che psicologicamente.
"Ci spiegò che era necessario segnare presto il primo gol"- racconta ancora Carnus - "poi ci disse che sarebbe stato necessario soffrire per chiudere il primo tempo in vantaggio, quindi continuò dicendo che se fossimo riusciti a segnare il secondo gol nei primi venti minuti del secondo tempo il terzo sarebbe venuto da solo.
Lo ascoltammo e in partita tutto si svolse come aveva previsto ."
Quando Salif Keita "avec une réprise de tète monstrueuse" - dicono le cronache dell'epoca - batte Sepp Maier per la terza e decisiva volta il miracolo si avvera e la Francia intera che ha seguito in diretta TV la partita si infiamma di orgoglio.
Festeggiando il trionfo insperato dei "verts", pochi si accorgono che quella sera è nata una leggenda destinata a durare un lustro: è quello il primo atto de "l'épopée verte" un periodo nel quale il Saint Etienne trascinerà l'intero calcio francese dalla mediocrità all'eccellenza; dopo il calcio champagne, "à la remoise", nasce il calcio dinamico, ricco di inventiva e pressing che verrà definito per un lustro "à la stephanoise".
Se quello dello Stade Reims era un calcio arioso, "spericolato", quasi danzato ,quello del Saint Etienne coniuga l'inventiva latina con il calcio anglosassone, più atletico, ed è vicino allo standard che dominerà gli anni '70.
Quella lontana sera nasce la leggenda del Saint Etienne e così Batteux, che a Reims era stato il demiurgo, il creatore, di una grande squadra, in questa sua seconda avventura si trasforma in un sapiente amministratore di una squadra già forte che lui rende imbattibile in Francia e competitiva all'estero.
Ma nulla è eterno.
Quel Saint Etienne, la squadra di Carnus, Bosquier, Bereta, Jacquet, Keita, quella che ancora oggi viene considerata una delle più forti di sempre nel panorama francese comincia a sfaldarsi.
La stagione 1969-70 sarà il suo canto del cigno e l'ultima gemma della carriera di Batteux è forse la finale di Coppa di Francia vinta travolgendo per 5-0 i tradizionali rivali del Nantes.
Il portiere Carnus e il difensore Bosquier vengono attratti dai franchi del presidente Leclerc che sogna di costruire attorno a loro un grande Marsiglia, di lì a poco li seguirà Salif Keita, l'uomo che era arrivato su un taxi. Albert Batteux non capisce e soprattutto non approva.
L'uomo che ha inventato la "joie du football", il calcio felice, può capire la nuova logica fatta di soldi prima di tutto, ma di certo non piegarsi ad essa, così entra in rotta di collisione col rude Presidente Rocher e lascia, dopo cinque anni di successi senza paragoni, il Saint Etienne.
Lo lascia nelle mani di uno dei suoi luogotenenti, Robert Herbin, che, come accadde a lui, ad appena trentatrè anni diventa il più giovane allenatore di Francia.
Lasciando il cielo grigio di Saint Etienne, Monsieur Albert lascia anche il grande calcio che lo ha deluso, che non riconosce più.
Torna a Grenoble e poi ad Avignone , lontano dai riflettori, ad allenare alla sua maniera, ma non mancherà mai - "per brindare con una coppa di champagne" - racconterà Robert Herbin- alle serate vincenti del Saint Etienne nelle coppe europee, lui che riuscì a far credere che sul tappeto verde del Geoffroy Guichard, lo stadio "inglese" di Saint Etienne, quando si accendevano le luci, nulla era impossibile.
In una delle sue ultime interviste, prima che la malattia lo isolasse definitivamente dal mondo, espresse la sua delusione per il calcio contemporaneo, affermando di sperare, per il futuro, solo nel calcio "ingenuo e libero" di africani ed asiatici, gli unici che considerava ancora capaci di quel "football en joie", quel calcio felice, al quale lui aveva dedicato tutta la vita.
Per noi che consideriamo il calcio "il più bel gioco del mondo" non ci resta che sperare che "Monsieur Albert" non si sia sbagliato neppure quella volta.
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